La storia

Suona il telefono. “Ciao Guido. Tu che dell’Auxilium sei la memoria storica…”. Memoria storica: un modo gentile per dire: tu che sei vecchio… Ma proprio per questo la storia dell’Auxilium l’ho vissuta tutta: da giocatore (avversario) la nascita, da dirigente (sempre avversario) la crescita e poi, da giornalista, gli anni di gloria e quelli dell’inarrestabile decadenza. Fino alla rinascita, oggi.

E allora torniamo indietro, un bel salto, Anni Sessanta, e don Camillo… no, veramente si chiamava don Gino, Gino Borgogno. Ma se non aveva alcuna somiglianza fisica col sanguigno prete uscito dalla penna di Guareschi, come il parroco della Bassa anche il minuscolo don Gino era un martello e se si metteva in testa qualcosa aveva carattere e determinazione da far paura. La sua bella idea, a metà di quegli Anni Sessanta, fu quella di dar vita a un altro grande movimento sportivo. Accanto alle Federazioni del Coni, in Italia infatti proliferavano altre organizzazioni chiaramente ideologiche: a sinistra l’Uisp (Unione Italiana Sport Popolari) con società dall’indubbio marchio Dinamo; all’estrema destra tutti i gruppi sportivi targati Fiamma; al centro il Csi (Centro Sportivo Italiano) i cui aderenti sbandieravano uno scudo crociato e un nome, Libertas, che non consentiva equivoci. E i politici facevano piovere dalle casse dello Stato bei soldoni per foraggiare quelle organizzazioni che erano sapienti procacciatrici di voti…

Nulla vietava che anche don Gino entrasse nel gioco con una sua creatura, le Pgs (Polisportive Giovanili Salesiane), unendo così l’utile (portare i ragazzi a fare sport negli oratori) a un altro utile… economico. Per gestire al meglio la nuova Cosa, don Gino capì che doveva farla partire in modo forte nella sua Torino e trovò la chiave: una squadra di basket in cui riuscì ad unire le forze di tutti gli oratori torinesi, le varie Auxilium, dal Valdocco al Martinetto, dal San Paolo al San Luigi, dal Rebaudengo al Monterosa… Così nacque l’Auxilium Torino, con sede all’oratorio Agnelli, dove già esistevano più campi e una palestra. Unico smacco, il secco “no” ricevuto dall’oratorio n. 1, la Crocetta, le cui squadre, guarda caso, non si chiamavano Auxilium ma Don Bosco…

Don Gino però era uno schiacciasassi e la sua Auxilium prese subito corpo: se la Crocetta e i suoi già affermati allenatori lo snobbavano, lui trovò altre strade, portò a Torino un tecnico che viveva per i giovani e per il basket, Vittorio Gonzales, e partì la scalata: prima la salita in serie C battendo rocambolescamente la Ginnastica nell’ultima partita-spareggio, poi nel 1972 la promozione in B, che era allora, logicamente, il secondo campionato nazionale. Lì l’Auxilium si assestò in attesa di trovare le forze, cioè munifici sponsor, per tentare l’ultimo difficilissimo salto. Ma come in tutte le storie che si rispettano, ecco arrivare a Torino i cattivi, sotto le vesti di alcuni astigiani che, riccamente foraggiati dal presidente-sponsor Carlo Ercole, titolare della Saclà (“il re degli antipasti”), e guidati dal duo Beppe De Stefano (alla scrivania)-Lajos Toth (in panchina) avevano infilato una striscia di promozioni fino a raggiungere la serie A con la Libertas Asti sponsorizzata Saclà. Ora a tutti sembrerebbe logico che tra la democristiana Libertas e la salesiana Auxilium si dovesse trovare facilmente un accordo per consentire agli astigiani di trasferirsi definitivamente a Torino in un palasport da oltre 3500 persone regolare per la serie A (e soprattutto un pubblico potenziale più vasto di quello astigiano). Invece…. tuoni e fulmini! Don Gino, vedendo traballare pericolosamente tutto il suo piano di predominio torinese, si oppose drasticamente al trasferimento della Libertas Saclà, sia sfruttando le possibilità di veto che gli concedevano le regole federali, sia con un “coup de théatre” annunciando il nuovo sponsor: Grubessich, che pubblicizzava i suoi prodotti con un originalissimo “il presidente degli antipasti”!!! Immaginate le reazioni. Fatto sta che quell’anno, 1973-74, si trasformò in una guerra continua, a colpi di comunicati e dispetti, passando dal feroce al tragicomico, con la Libertas Saclà “ospite” di Torino in serie A grazie a una deroga federale e l’Auxilium Grubessich regolarmente nella “sua” Torino in serie B. Poi a fine stagione scoppiò… la pace, grazie a un colpo di genio del presidente federale Vinci e del suo segretario, Petrucci, attuale n.1 della Federbasket: la creazione della serie A2! Operazione orchestrata e seguita passo per passo da Roma: l’Auxilium Torino dalla B chiese e ottenne l’ammissione in A2, la Libertas Saclà Asti rinunciò alla A1e si autoretrocesse in B, poi dirigenza, tecnici e giocatori astigiani si trasferirono nell’Auxilium, mentre tutti gli atleti di don Gino (a eccezione di Teo Mitton, Cervino e Marietta, quasi a testimoniare che la squadra affidata a Toth era… l’Auxilium!!) passarono alla Libertas Asti, infine Carlo Ercole divenne presidente dell’Auxilium, nel cui consiglio direttivo erano rappresentate le due anime, quella astigiana (oltre a Ercole, De Stefano, Rayneri e il torinese Guasco) e quella torinese (oltre a don Gino, Martini, poi Oberto e Cardinali). Convivenza non sempre facile, e categorico rifiuto degli astigiani di usare la sede Auxilium dell’oratorio Agnelli: dapprima De Stefano & C. lavorarono in un alloggio di corso Turati, poi in via Don Orione, ulteriore testimonianza della freddezza dei rapporti. E per simbolo, un laicissimo toro che ricordava quello dei Bulls di Michael Jordan. Ma al di là di ogni rancore, che sparì solo quando la frazione astigiana impose la sua leadership, ormai la “nuova” Auxilium esisteva: si trattava di farla risalire presto in A1 per guardare a traguardi sempre più ambiziosi.

Il primo botto che fece della nuova Auxilium la squadra veramente torinese arrivò nel ’75-76. Nuovo sponsor, e prestigioso: un’azienda locale ma di fama internazionale come la Martini&Rossi con il marchio Chinamartini, e soprattutto la finale di Coppa Korac contro la Jugoplastika Spalato, dopo aver eliminato prima il Barcellona e poi (con un’incredibile rimonta propiziata dalle cognizioni enologiche di Toth, grande anfitrione dell’arbitro ungherese, e dalle astuzie di un Merlati, attore da Oscar nel simulare falli inesistenti) la Joventut Badalona. Finale di andata persa nettamente a Spalato, ma al ritorno il Ruffini fu una bolgia, gremito non si sa come da diecimila persone impazzite che speravano in un altro miracolo. La rimonta non ci fu, né ci poteva essere contro un’avversaria decisamente più forte, ma l’Auxilium uscì con l’onore delle armi, capace di pareggiare l’incontro proprio col canestro di un giovane del vivaio Auxilium: Aldo Cervino.

Purtroppo, quando il futuro sembrava tingersi di rosa, la sorte cominciò ad accanirsi contro l’Auxilium: la Chinamartini nell’estate ’76 aveva aperto i cordoni della borsa per un salto di qualità e a Torino era arrivato Luciano Vendemini, altissimo pivot, decisivo pochi mesi prima per qualificare gli azzurri ai Giochi di Montreal. Doveva essere, Luciano, il perno per consolidare la squadra, ma a Forlì, poco prima di una partita, si accasciò senza vita tra le braccia del coach Gianni Asti, a causa di una malformazione all’aorta. Uno choc per tutti, e uno scandalo che coinvolse un po’ tutto il movimento perché nessun medico, neppure quelli del Coni che avevano curato la preparazione olimpica, aveva approfondito quegli esami.

Da un personaggio a un altro. La Chinamartini non abbandonò l’Auxilium nei momenti difficili, anzi, l’appoggiò sul mercato e arrivò a Torino un coach che aveva fatto la storia del basket, prima a Milano in coppia con Rubini, poi a Varese dopo Nikolic: Sandro Gamba, già in odore di succedere a Primo come citì della Nazionale. E con Gamba, un’autentica star: Pino Brumatti, 29 anni ma non li dimostrava, un combattente prima che un campione, grandissimo realizzatore, due gambe fortissime che gli consentivano un palleggio-arresto-tiro cui nessuno riusciva a opporsi. Se Gamba fu ammirato e rispettato ma non molto amato perché non si inserì mai bene nella città, Pino divenne ben presto l’idolo della folla, sempre agguerrito in campo come pronto a concedersi, a regalare un sorriso e un autografo a partita finita. Sei anni durò l’avventura torinese di Pino, sei anni indimenticabili per i suoi tifosi, e tre anni quella di Gamba, che nel 1980 coronò la lunga attesa e divenne il citì azzurro, l’uomo che portò l’Italia all’argento olimpico a Mosca. E con sé, a Mosca, portò un uomo dell’Auxilium, Romeo Sacchetti. Meo era arrivato giovanissimo ad Asti e poi quindi all’Auxilium, ma dopo la fusione Carlo Ercole aveva voluto rientrare di una parte dei quattrini investiti e Sacchetti, giovane di grosse prospettive, era servito a far cassa. Quattro anni al Gira Bologna, poi il nuovo sponsor, Grimaldi, volle un acquisto per far colpo sui tifosi ed ecco il rientro a Torino di un Meo maturato e pronto per una grande carriera anche in azzurro.

L’abbinamento Grimaldi durò solo due anni: una sponsorizzazione poco convinta, fatta come altre soprattutto per combattere i concorrenti nel proprio campo commerciale (quando arrivò la Martini&Rossi scese in campo anche la Cinzano e Grimaldi si gettò a contrastare l’altra immobiliare, Gabetti, tanto per restare agli sponsor dell’Auxilium) e se vogliamo anche chi giunse l’anno successivo, la Berloni Cucine, lo fece per misurarsi col diretto concorrente, e vicino di casa, Scavolini. Ma la famiglia Berloni, una volta “sposata” l’Auxilium, se ne innamorò davvero e l’unione durò ben sei anni, gli anni più felici per il basket torinese. Merito anche dei risultati che ottennero Gianni Asti prima e soprattutto Dido Guerrieri. Con l’arrivo di Berloni, l’Auxilium riportò a casa un altro figliol prodigo: Carlo “Charly” Caglieris, piccola grande perla del vivaio della Crocetta, ceduto alla Virtus Bologna proprio al momento della fusione torinese-astigiana. Con il trio Caglieris-Brumatti-Sacchetti l’Auxilium di Gianni Asti (lui sì prodotto del vivaio Auxilium) correva a mille e se avesse avuto qualche cambio all’altezza forse… Ma inutile fare i discorsi del “se” e del “ma”: resta, di quell’anno ’81-82, lo splendido secondo posto nella stagione regolare proprio alle spalle della “rivale” Scavolini e per la prima volta una semifinale tricolore, persa contro Milano, che avrebbe poi vinto il titolo. Una maledizione, la sconfitta in semifinale contro i futuri campioni, ricorrente nella storia dell’Auxilium. Ma andiamo per gradi: se mancava ancora un tassello per puntare in alto, ecco arrivare Vecchiato, ottimo giocatore ma non quello che serviva in quel momento: Renzo finì per pestarsi i piedi con l’altro pivot Wansley e il sesto posto fu una mezza delusione, anche perché nei playoff l’Auxilium andò ko nei quarti proprio contro l’odiata Scavolini. Per il play-razzo Caglieris, il tuttofare Sacchetti e il roccioso Vecchiato quella fu però l’estate dell’oro europeo con la Nazionale: con tre azzurri in organico, più due giovani talenti in fase di sbocciatura come Carlo Della Valle e Ricky Morandotti, l’Auxilium non poteva nascondersi, tanto più che in panchina arrivò Dido Guerrieri, l’allenatore più amato nella storia torinese. Dido cambiò gli americani (l’alla-around May e l’alterna ala Ray) e cambiò anche il modo di giocare: pochi schemi, molta libertà, fidando nei concetti che inculcava nei suoi uomini e nella capacità di gestirsi di giocatori ormai esperti. Dido era un incantatore, uomo di grande cultura, amante dei viaggi e dell’America, ma nel suo essere coach dell’Auxilium c’era una pecca tremenda: la superstizione. Passi per il suo aborrire il viola: tutti lo sapevano e nessuno si azzardava a indossare capi di quel colore. Ma non si poteva impedire a don Gino di andare a vedere gli allenamenti, specialmente quando la squadra filava col vento in poppa e quindi la passerella era d’obbligo: come il piccolo prete entrava al Ruffini Dido affondava le mani in tasca, si toccava i gioielli di famiglia, sfregandosi, contorcendosi e sibilando “giaculatorie” fino a quando l’oggetto di tali attenzioni veniva cortesemente allontanato da qualche addetto ai lavori. Sarà per questo che la Berloni di Dido giunse per tre volte tra le prime tre nella fase regolare, per tre volte meritatamente in semifinale ma per tre volte fu sconfitta da chi si sarebbe fregiato dello scudetto? Capitò prima con la Virtus Bologna (’84), poi (senza più Sacchetti, ceduto a Varese) con la Milano di una irraggiungibile stella Nba come Joe Barry Carroll (’85) e infine ancora contro Milano (’86) nell’apoteosi della sfortuna. A due giornate dalla fine della fase regolare Morandotti si ruppe lo scafoide, stagione finita; all’ultima giornata Vecchiato si ruppe il tendine d’achille sinistro, stagione finita; anche Croce, il secondo pivot, si fratturò il naso e dovette giocare in maschera, così in semifinale a Milano Dido schierò Della Valle, Savio, May, Bantom e Croce, con Vidili e Pessina alternative. E vinse! Al ritorno, a Torino, May giocò su una gamba sola per una tendinite, e si andò sull’1-1. La bella, a Milano, praticamente senza May, la giocarono i resti della squadra e finì 89-82. Onore delle armi ai vinti, ma l’amarezza fu enorme e per Dido la convinzione che contro la jella non ci fosse nulla da fare. Una mattina venne a trovarmi, mi espose i suoi dubbi sul futuro (DeStefano se ne era andato l’anno prima, sostituito da Petazzi, e Dido si sentiva poco tutelato), valutammo ogni ipotesi e capii che avrebbe accettato l’offerta di Roma. Così fu: lasciando a Torino, tra le tante, anche un’amicizia che andò ben oltre il rapporto professionale con il medico della squadra, entrato in società proprio all’inizio di quella stagione, il dottor Roberto Carlin. Non uno a caso, ma l’unica persona che lega l’odierna Auxilium con quella del passato, in cui lavorò per quasi 10 anni.

Purtroppo, da quel 1986 e dal primo addio di Guerrieri, cominciò il declino, prima lento e poi sempre più precipitoso, dell’Auxilium. Carlo Ercole, abbandonato da quel De Stefano che aveva fatto le fortune della società, cominciò a disamorarsi e a preoccuparsi di recuperare parte dei capitali investiti nell’Auxilium (e prima ad Asti). Alcune scelte diedero risultati fallimentari (vedi De Sisti in panchina o la sponsorizzazione Ipifim, la finanziaria coinvolta in un crac in un momento delicatissimo della stagione), altre col sapore di minestre riscaldate (il momentaneo ritorno di De Stefano e quello di Gianni Asti, entrambi poco fortunati) ma non mancarono anche buoni momenti, come l’esplosione di Ricky Morandotti, l’arrivo di un trascinatore come Darry Dawkins, idolatrato dal pubblico nelle due stagioni in cui riportò l’Auxilium dalla A2 al massimo campionato, l’affermazione di Davide Pessina e Alessandro Abbio e, non ultimo, il ritorno di Dido Guerrieri. Ma evidentemente Dido aveva ragione a proposito della jella: proprio lui fu colpito da un’emorragia cerebrale e dovette lasciare per lunghi mesi la panchina. Ormai si viaggiava tra A1 e soprattutto A2 e l’introduzione anche nel basket della legge Bosman (non più giocatori vincolati alla società da un cartellino, ma liberi di passare da un club all’altro, quindi perdita di capitali per le squadre) fu il colpo che fece decidere a Carlo Ercole di lasciare: ormai si era fatto cassa con tutti i pezzi migliori, da Morandotti a Pessina, da Vidili ad Abbio, e non c’era più nulla da metterse sul mercato.

Tre torinesi fantasticarono di poter fare ancora qualcosa di buono con l’Auxilium: pia illusione! Senza capitali alle spalle, gli obiettivi di Chiadò, Garrone e Squarcina, ai quali Carlo Ercole aveva regalato un guscio vuoto, furono vani. Fu giocoforza chiedere l’autoretrocessione in B e da lì in avanti meglio stendere un pietoso velo: la discesa fu rapida e dolorosa, fino alla sparizione della squadra, anche se resta un piccolo punto d’orgoglio: essere stata, l’Auxilium di quegli anni, uno dei primi gradini della splendida carriera da allenatore di coach Meo Sacchetti, sempre amatissimo a Torino. Dell’Auxilium restò solo il nome, il marchio, finito nelle mani di Gianni Asti, e ora rinverdito dal notaio Forni, che è riuscito con puntualità annunciata a riportare il grande basket a Torino.

Non ci resta che aspettare e.. sperare.

E per concludere, visto che io sono “la memoria storica”, faccio discutere tifosi vecchi e nuovi stilando la “mia” Auxilium ideale, alla vecchia maniera con due soli americani, e considerando solo quanto i giocatori hanno fatto vestendo i colori dell’Auxilium:

La squadra: Carlo Caglieris, Carlo Della Valle, Pino Brumatti, Bruno Riva, Romeo Sacchetti, Ricky Morandotti, Alberto Merlati, Renzo Vecchiato, Scott May, Darryl Dawkins.

Allenatore: Dido Guerrieri

Addetto agli arbitri: Lajos Toth

General manager: Beppe De Stefano

Siete d’accordo? Beh, ognuno è libero di far la sua formazione. A Pasquali, Bechi e agli attuali giocatori invece il compito di farmi cambiare qualche nome, il prossimo anno…